Il mese di Giugno e Luglio è il momento dell’anno in cui migliaia di diciannovenni scoprono un numero e decidono, nella loro testa, che quel numero dirà qualcosa di definitivo su di loro. Chi esce con 100 si sente parte di un’élite. Chi esce con 60 porta a casa, insieme al diploma, un piccolo senso di inadeguatezza che a volte si trascina per anni. Ho incontrato entrambe le reazioni decine di volte nei percorsi di formazione che tengo nelle scuole. In entrambi i casi, la reazione emotiva è sproporzionata rispetto a quello che i dati raccontano davvero.
Una recente analisi pubblicata su BusinessOnline mette in fila gli studi disponibili sul tema, e il quadro che emerge è sorprendentemente coerente. Il voto di maturità non è un requisito per l’accesso alle università italiane: chi esce con 60 e chi esce con 100 sostengono gli stessi test d’ingresso, nelle stesse condizioni. Nei concorsi pubblici, dal 2015, ogni soglia di sbarramento legata al voto è stata abolita, e dove sopravvive un punteggio aggiuntivo il suo peso resta marginale. Nel settore privato l’attenzione al voto è in calo costante, sostituita da competenze acquisite dopo il diploma ed esperienze concrete. Le uniche eccezioni reali riguardano alcune università straniere e le borse di studio, una minoranza di percorsi rispetto alla popolazione dei diplomati.
Il dato che trovo più utile, tra quelli citati, arriva da uno studio della University of California Berkeley: il voto scolastico resta un predittore forte dei risultati futuri solo finché non entrano in gioco altri fattori: motivazione, intelligenza emotiva, adattabilità. Nel momento in cui questi fattori compaiono, il potere predittivo del voto crolla rapidamente. Uno studio pubblicato su Journal of Vocational Behavior nel 2024 arriva alla stessa conclusione da un’altra strada: il rendimento scolastico da solo non basta a spiegare il successo professionale, che dipende dall’interazione con la motivazione affettiva. E una ricerca NIH su laureati MBA, seguiti fino a diciannove anni dopo la laurea, mostra che l’intelligenza emotiva predice soddisfazione e carriera meglio di qualsiasi pagella.
Tradotto in una frase: il numero sul diploma non misura quello che davvero determina il tuo futuro. Misura quanto sei stato bravo a rispondere a delle domande, in un giorno specifico, sotto una pressione specifica.
Ed è esattamente qui che l’articolo, forse senza volerlo, tocca il tema di cui mi occupo da tempo. Il problema non è il voto. È l’esame.
Perché un ragazzo che conosce perfettamente la materia va in bianco davanti alla commissione, e poi, appena uscito dall’aula, si ricorda tutto? Perché il battito accelera, le mani sudano, la voce trema proprio nel momento in cui servirebbe più lucidità, non meno? Non è un difetto di carattere e non è mancanza di preparazione. È biologia. Sotto una minaccia percepita, e per il sistema limbico un esame è indistinguibile da un pericolo reale, il cervello attiva una risposta di allarme che sequestra letteralmente le funzioni cognitive superiori. Chi va in blocco non sta “cedendo alla pressione”: il suo cervello sta facendo esattamente quello per cui si è evoluto, solo nel contesto sbagliato.
Ed è un meccanismo che non smette di presentarsi dopo la maturità. Cambia forma, un colloquio di lavoro, una negoziazione importante, una decisione che cambia la traiettoria della vita, ma la fisiologia sotto resta identica. Ho lavorato per decenni con studenti, manager e imprenditori davanti ai loro esami più difficili, e la differenza tra chi li supera bene e chi ne esce logorato non è quasi mai il talento o la preparazione tecnica. È la capacità di gestire quello che succede nel corpo prima e durante la prova.
Una cosa che puoi già provare, prima ancora di qualsiasi altro strumento: nei minuti che precedono un momento valutativo, la respirazione lenta e prolungata sull’espirazione (più lunga dell’inspirazione) attiva il sistema parasimpatico e abbassa il cortisolo in tempo reale. Non è un trucco: è la stessa leva neurochimica su cui lavorano protocolli molto più articolati, solo ridotta al minimo utile.
Questi meccanismi, come funziona il cervello sotto stress, come modulare gli ormoni che decidono se vai in blocco o resti lucido, quali parole usare e quali evitare nel momento cruciale, come costruire un protocollo per il giorno dell’esame che trasformi l’ansia in performance, sono il cuore di “Esame? Non ti temo!”, il libro che ho scritto per dare a chiunque, studenti, professionisti, genitori, gli strumenti neuroscientifici concreti per affrontare qualsiasi esame della vita. Nessuna frase motivazionale vuota, nessun “credi in te stesso”: solo meccanismi verificabili e strumenti applicabili da subito, condensati in otto capitoli autonomi che puoi leggere nell’ordine o da dove ti serve di più adesso.
Se stai leggendo questo articolo perché hai un figlio o una figlia che ha appena preso un voto che li ha delusi, la cosa più utile che puoi dire loro non è “l’importante è l’impegno”. È che quel numero conta molto meno di quanto sembra oggi, e che la competenza da costruire, per quell’esame e per tutti quelli che verranno, accademici, professionali, esistenziali, è imparare a stare dentro la pressione senza farsi sequestrare da essa.
Il voto si dimentica. Il modo in cui hai imparato ad affrontarlo, resta.
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